Una lezione sull’importanza dell’ascolto che non dimenticherò
Nell’ottobre del 2024 ero a Madrid per partecipare come formatore alla Conferenza Europea dei Facilitatori di Circoli di Percussione, organizzata da ASFAPER, l’associazione spagnola che riunisce professionisti della facilitazione musicale e ritmica.
La conferenza si svolgeva presso la Fundación San José, una struttura che accoglie persone con disabilità e bisogni assistenziali complessi. Durante quei giorni una musicoterapeuta che lavorava nella struttura mi invitò a partecipare a una sessione musicale con alcuni pazienti in stato di minima coscienza.

Avevo già una formazione in musicoterapia e diversi anni di esperienza nella facilitazione musicale, ma non mi ero mai trovato a lavorare con persone in quelle condizioni. Accettai con curiosità, convinto che le competenze acquisite fino a quel momento mi avrebbero aiutato a capire come intervenire.
Entrammo in due grandi stanze attigue, dove erano ospitati circa sessanta pazienti. La musicoterapeuta conosceva ciascuno di loro, sapeva quali stimoli musicali utilizzava abitualmente e aveva individuato, per ognuno, una nota o un brano che sembrava favorire una risposta.
Mi accompagnò accanto al letto di un ragazzo e mi spiegò che, nel suo caso, la nota Mi e le frequenze gravi erano gli stimoli sonori ai quali sembrava essere maggiormente sensibile.
Presi la chitarra e iniziai a improvvisare, utilizzando anche la voce e cercando di costruire un ambiente musicale che potesse favorire una sua reazione. Alternavo frasi melodiche, suoni gravi, piccole variazioni ritmiche, osservando attentamente il suo corpo nella speranza di cogliere qualche segnale.
Non succedeva nulla.
Continuai per un po’, provando a modificare quello che stavo facendo, finché la musicoterapeuta mi fermò.
«Lascia spazio, mettiti in ascolto, così non gli stai dando modo di esprimersi».
Aveva ragione, e la cosa mi colpì perché, almeno in teoria, sapevo benissimo quanto fosse importante ascoltare. Era uno dei principi sui quali si fondava gran parte del mio lavoro e che cercavo di trasmettere quotidianamente alle persone con cui lavoravo.
Eppure, in quel momento, ero così concentrato su quello che stavo suonando e sulla possibilità di ottenere una risposta che non mi ero reso conto di quanto poco spazio stessi lasciando al ragazzo.

Imparare a lasciare spazio
Cominciai a suonare meno, lasciando pause più lunghe tra una frase musicale e l’altra. Cercai di osservare senza anticipare nulla, aspettando che fosse lui, eventualmente, a suggerirmi come proseguire.
Dopo qualche istante notai dei piccolissimi movimenti partire dai suoi piedi e propagarsi lentamente lungo il corpo, fino a quando il petto si sollevò e dalla bocca uscì un suono, una specie di rantolo.
Rimasi sorpreso, ma continuai a seguire le indicazioni della musicoterapeuta. Suonavo una breve frase, mi fermavo e aspettavo. Il ragazzo produceva un suono e io riprendevo, cercando di integrarlo nella mia improvvisazione.
Questa alternanza cominciò a ripetersi e, pur senza poter attribuire un significato preciso a quelle risposte, avevo la sensazione che stessimo costruendo una forma di dialogo musicale.
A un certo punto anche altri due ragazzi, nei letti vicini, iniziarono a produrre dei suoni. Mi trovai così a improvvisare cercando di ascoltare e accogliere ciò che arrivava da ciascuno di loro.
Non so quanto tempo sia durato, ma ricordo molto bene la sensazione che provai. Ero entrato in quella stanza pensando di sapere cosa fare, convinto che il mio compito fosse utilizzare la musica per stimolare una risposta, e mi ero ritrovato a comprendere quanto fosse importante saper aspettare.
Ascoltare è anche saper fare un passo indietro
Ripenso spesso a quell’esperienza, soprattutto quando lavoro con gruppi di persone in contesti apparentemente molto lontani dalla musicoterapia.
Mi capita durante un workshop, un’esperienza di team building o un’attività di facilitazione musicale di osservare dinamiche che hanno qualcosa in comune con quanto accaduto a Madrid.
Quando conduciamo un gruppo abbiamo spesso un obiettivo, una direzione, un’idea di ciò che vorremmo accadesse. Prepariamo le attività, organizziamo i tempi, immaginiamo le possibili reazioni dei partecipanti e cerchiamo di accompagnarli verso un risultato.
Tutto questo è importante, ma può anche portarci a occupare troppo spazio, a intervenire continuamente e a guidare il processo senza accorgerci che le persone avrebbero qualcosa da esprimere, se soltanto dessimo loro il tempo e la possibilità di farlo.
L’ascolto richiede una disponibilità che non è sempre facile mantenere, soprattutto quando siamo convinti di sapere già cosa serve all’altro. Significa osservare, accogliere ciò che emerge e, quando necessario, modificare le nostre intenzioni iniziali.
Nella musica questa dimensione è particolarmente evidente. Durante un’improvvisazione collettiva posso essere talmente concentrato sulla mia parte da non accorgermi di quello che sta accadendo intorno a me. Posso suonare perfettamente, avere ottime idee musicali e tuttavia contribuire poco alla costruzione di qualcosa di condiviso.
È un tema centrale anche nel mio lavoro con le organizzazioni, dove cerco di aiutare le persone a sviluppare una maggiore consapevolezza del proprio contributo all’interno del gruppo.
La capacità di ascoltare influenza il modo in cui collaboriamo, comunichiamo, gestiamo i conflitti e prendiamo decisioni. Ma ascoltare richiede anche di accettare che ciò che emerge dalla relazione possa essere diverso da quello che avevamo previsto.
Per me è uno degli aspetti più interessanti della facilitazione: imparare a riconoscere quando intervenire e quando, invece, è meglio aspettare.
A Madrid, accanto al letto di quel ragazzo, ho ricevuto una lezione che continuo a portare con me. Non posso sapere esattamente cosa abbia percepito durante il nostro incontro, né quale significato avessero le sue risposte, ma so che quell’esperienza ha cambiato qualcosa nel mio modo di lavorare.
Pensavo di sapere già cosa fare, perché conoscevo la musica, la facilitazione e l’importanza dell’ascolto. Mi sono accorto invece che, proprio mentre cercavo di comunicare attraverso la musica, avevo smesso di prestare attenzione alla possibilità che anche l’altro avesse qualcosa da dire.
E forse è questa la cosa che ricordo più chiaramente di quel giorno: quando ho smesso di preoccuparmi di quello che dovevo suonare, ho iniziato davvero ad ascoltare.